Dossier
 

Sesso con minori, prostituzione e minacce: la storia di don Carmelo Perrello

prete 500di Claudio Cordova - Otto-nove anni per rimuginare. Per pensarci su, per temere la vergogna che ne sarebbe scaturita qualora quei fatti fossero divenuti pubblici. Poi la scelta di raccontarli, nel febbraio 2016. Infine, un anno dopo, il suicidio. Tutto nasce con un ragazzino adescato in Piazza Garibaldi, a pochi metri dalla stazione ferroviaria di Reggio Calabria. Siamo tra il 2007 e il 2008, quel giovane è, in realtà, poco più che un bambino: ha appena 13 anni ed è di nazionalità rumena. Ad avvicinarlo sarebbe stato un prete, oggi finito a processo dopo l'inchiesta coordinata dal pubblico ministero Roberto Di Palma: Carmelo Perrello viene rinviato a giudizio dal Gup di Reggio Calabria, Domenico Santoro, per tutti i reati contestati dalla Procura di Reggio Calabria, tranne che per questo. Troppo il tempo trascorso dai fatti: la prescrizione salva il prete.

Una beffa, oltre al dramma.

Al giovane di nazionalità rumena, il sacerdote si sarebbe presentato con il nome di "Giuseppe". Una storia di squallore e degrado, quella che avrebbe per protagonista don Perrello. Da prete di una parrocchia in una paese della fascia jonica reggina, viene anche coinvolto in un caso di stalking nei confronti di un uomo sposato. La Curia lo allontana, lo manda a Roma in ritiro spirituale. Nel frattempo si celebra il processo nel quale il prete viene assolto. In questo periodo, don Perrello diventa anche parroco della parrocchia di San Gregorio, periferia sud di Reggio Calabria.

Poi esplode il caso alla fine del 2017, con la perquisizione nella casa del prete. L'Arcivescovo Giuseppe Fiorini Morosini sospende il sacerdote.

Dietro compensi economici e regali, don Perrello avrebbe consumato rapporti sessuali all'interno della autovettura che usava per spostarsi, prelevare il giovane dalla centrale Piazza Garibaldi, portarlo in luoghi appartati per non essere notati e, infine, riaccompagnarlo dove lo aveva incontrato.

50, a volte 100 euro. Altre volte scarpe Nike. Dalle indagini svolte dalla Polizia Postale di Reggio Calabria, emerge una vita dedita al sesso: incontri con giovanissimi, frequentazione di prostitute, chat erotiche. La costante, però, sarebbe stata quella di sfruttare il bisogno economico di alcuni giovani per offrire denaro e "benefit" in cambio di prestazioni sessuali. Avviene con un giovane reggino, maggiorenne, che viene interrogato dagli inquirenti e nel 2017 racconta come tali abitudini di don Perrello non fossero cessate negli anni del primo approccio con il ragazzino rumeno: "L'ho conosciuto circa un anno fa, tramite Facebook. L'ho contattato io perché avevo necessità economiche, in quanto disoccupato e orfano di padre. Dopo ci siamo scambiati i numeri di telefono e ci siamo incontrati. Lo stesso, avendo intuito subito i miei problemi economici, mi ha proposto rapporti sessuali, sia anali che orali a cui ho acconsentito in cambio, dapprima di beni di prima necessità e successivamente di soldi che ammontavano a circa dieci o quindici euro a prestazione".

Fatti gravi, sia sotto il profilo penale, sia sotto quello più squisitamente morale e spirituale, che hanno spinto il vescovo Morosini a prendere provvedimenti nei confronti di don Perrello. Non senza difficoltà. Dagli accertamenti svolti su delega del pm Di Palma, oltre ai fatti contestati, emerge una personalità a dir poco controversa per quanto concerne don Perrello: la sistematica ricerca del sesso o, comunque di situazioni equivoche. I pedinamenti svolti dalla polizia giudiziaria avranno modo di testimoniare come il prete fosse solito frequentare luoghi della città di Reggio Calabria (come per esempio quelli adiacenti alla stazione ferroviaria) notoriamente famosi per l'attività di prostituzione perpetrata. Il tema, centrale accanto a quello di natura giudiziaria, riguarda ora l'effettiva capacità di don Perrello di svolgere il proprio magistero.

Don Carmelo avrebbe intrattenuto una relazione sessuale/sentimentale più strutturata e duratura con un giovane reggino, maggiorenne. Interminabili le chat tra i due, in cui si salutano, flirtano, battibeccano, ci vanno giù pesante: "Nessuno mi è mai venuto in bocca, solo tu hai questo privilegio" scrive don Perrello al giovane. Circostanze rese ancor più imbarazzanti dal fatto che il giovane fosse fidanzato con una coetanea della città, la quale avrebbe scoperto per caso le conversazioni su Messenger, estrapolando alcune schermate consegnate agli inquirenti.

E, a questo punto, verrebbe fuori la vera natura di don Carmelo.

Una natura inquietante e capace di incutere timore. Già nella propria denuncia, il minorenne rumeno definiva il prete "un soggetto pericoloso per me e la mia famiglia, perché quando raramente ci incrociamo lui mi guarda in maniera minacciosa, ma senza proferire una parola". E la stessa preoccupazione emerge dalla testimonianza resa dalla fidanzata del giovane che intratteneva conversazioni piccanti con il parroco. Sentita dalla polizia la giovane afferma chiaramente di avere molta paura di don Carmelo e, solo pronunciando il nome del prete, scoppia a piangere. Un disagio lungo mesi, che l'avrebbe indotta a chiudersi in casa a non accedere ai luoghi di culto (probabilmente come rigetto verso la condotta del prete) e persino a pensare al suicidio.

La giovane – spesso interrotta da tremori e pianto – ricorda i mesi della scoperta, dei litigi e delle tensioni a causa del fatto che nessuno credeva al suo racconto circa le condotte di don Carmelo, persino i dubbi sulla propria salute mentale: "[OMISSIS] mi ha riferito che il Perrello avrebbe fatto in modo di lasciare me e la mia famiglia "in mutande" qualora avessi continuato a buttare fango su di lui e, per tale motivo, vivo in un costante stato di paura". Le minacce, per le quali il prete è stato rinviato a giudizio, non sarebbero state solo su presunte azioni legali. Don Carmelo avrebbe anche inviato uno sgherro dalla zia a incutere timore alla giovane e alla sua famiglia: "Un uomo si era presentato a casa sua e le aveva detto che non dovevo più intromettermi in cose che non mi riguardavano e che avrei dovuto chiedere scusa al prete per quanto si stava dicendo in giro, altrimenti me l'avrebbero fatta pagare, sia a me che alla mia famiglia".

Amen.