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Jan Kuciak, due anni dopo

irpimedia jan-kuciak fumetto-3di Cecilia Anesi* - Quella notte incastrata tra il 25 e il 26 febbraio la neve scendeva copiosa a Roma. Erano le cinque di mattina quando, nella bufera, ci mettiamo alla guida. Dobbiamo raggiungere Catania dove la missione è raccogliere informazioni per il "Progetto Daphne", ovvero l'inchiesta a cui stavamo partecipando per continuare il lavoro della giornalista uccisa con un'autobomba a Malta pochi mesi prima.

Mentre l'auto slitta, mentre cerchiamo di raggiungere stazione Termini indovinando la strada nel bianco spettrale, non riesco a tenere a bada i battiti. C'è una profonda inquietudine in me: il giorno precedente mi era stato rubato il bagaglio da un'auto in affitto, spaccata in pieno centro. Oggi mi chiedo se quell'irrequietezza non fosse dettata dal sesto senso.

Alle sette di mattina un sms ci informa della cancellazione del volo. Così rientriamo a casa, intirizziti, frustrati. Seduta alla scrivania, cerco di capire lo stato dei voli. Alle 7.50 mi arriva un messaggio dalla collega ceca Pavla Holcova: «Hanno ucciso il nostro collega slovacco».

Non capisco immediatamente, non mi pare possibile che si tratti del collega con cui stavamo lavorando fino a quel momento. Chi, come, dove? Un turbinio di domande. A casa sua, lo hanno trovato ieri sera, gli hanno sparato, a lui e alla fidanzata. Stai attenta, tu e i colleghi. Non sappiamo chi sia stato.

Stavamo lavorando ad un'inchiesta sulla 'ndrangheta in Slovacchia. Due famiglie diverse, una della zona del reggino, una del cosentino ma naturalizzata belga. La pubblicazione era prevista per la prima settimana di marzo: stavamo aggiustando la bozza, Jan aveva insistito per darsi una mossa. Era convinto che l'inchiesta avrebbe avuto un enorme impatto in Slovacchia, e che non si potesse aspettare oltre.

Quella mattina è stato come prendere un muro di cemento in piena faccia. Altro che querela: a Jan avevano appena sparato. Sparato. Per minuti interminabili ho sentito solo il ronzio del silenzio e il pulsare del sangue nelle orecchie.

È stato Drew Sullivan, direttore della rete OCCRP che ci coordinava, a scuotermi. «Dobbiamo pubblicare la bozza del lavoro che avevate preparato, dobbiamo farlo subito così da proteggervi. Non sappiamo se chi ha ucciso Jan volesse fermare la pubblicazione, ma è possibile», mi dice Drew in una chiamata.

Siamo una piccola redazione, giovane, cresciuta sulla strada e non sotto il tetto di un grande editore. E noi un manuale che ci dicesse come comportarsi in questo caso, non lo avevamo. Era un fulmine a ciel sereno: da nessuna parte, dentro di me, potevo appigliarmi a delle istruzioni. Stavamo lavorando senza sosta ad un progetto il cui scopo era rendere giustizia a Daphne Caruana Galizia e dare un messaggio, ovvero che non è possibile chiudere la bocca ai giornalisti ammazzandoli.

Ed ecco che l'impossibile si ripeteva: un altro collega era stato ucciso a sangue freddo, ma questa volta i gradi di separazione erano minori, anzi non c'erano per nulla.

Improvvisamente era come fronteggiare a mani nude una diga in esondazione. Improvvisamente, quella tragedia era nella mia vita. E nelle vite dei colleghi di IRPI che lavorano sulle mafie.

E allora come si reagiva? Facendo l'unica cosa che sapevamo fare. Continuando a fare giornalismo d'inchiesta, prendendo quel volo per Catania e proseguendo con la missione prefissata. Un po' era la volontà di non fermarsi, un po' era l'impossibilità di capacitarsi, un po era lo shock, la negazione.

Come macchine da guerra, da Catania quarantotto ore dopo abbiamo pubblicato a nome dei centri di giornalismo l'inchiesta a cui stavamo lavorando con Jan. Senza dormire, senza respirare, senza darsi il tempo di capire cosa fosse successo, senza concedere alle lacrime nemmeno una feritoia.

Di quei giorni ricordo poco, quasi nulla. Ricordo le montagne della Sicilia orientale, scorrere rapide dal finestrino della volante della Polizia. Stavamo andando a parlare con quei magistrati del Sud che da subito hanno capito di avere di fronte una grande ingiustizia, in cui il sogno di un giovane giornalista che voleva rendere il suo Paese un posto migliore, era stato spezzato per sempre.

Per me la consapevolezza, e con essa il dolore, è arrivata solo dopo.

In primavera scopriamo che chi aveva ammazzato Jan Kuciak lo sorvegliava da tempo.

Non aveva senso stare fermi: dovevamo riprendere le fila delle ricerche, e continuare a scavare. E per farlo serviva una squadra internazionale: quattro reporter italiani, una ceca, due slovacchi, e l'intera macchina produttiva Occrp, America Latina inclusa.

Non è stato facile rileggere gli appunti di Jan senza sentirsi morire dentro, e ripartire da dove ci eravamo fermati. Ancora più difficile è stato fare di questo un'opportunità, mutare la tragedia in un messaggio verso chi ha pensato di chiuderci la bocca. Grazie al lavoro di squadra, e al sostegno dei caporedattori a Sarajevo, Bratislava e Roma, ce l'abbiamo fatta.

Così, un anno dopo abbiamo pubblicato l'inchiesta sul duplice omicidio. E accanto, le storie che Jan avrebbe voluto scrivere: quelle che dimostrano come la 'ndrangheta – grazie ad amicizie tra le massime cariche dello Stato – ha fatto della Slovacchia una base operativa per traffici i cui tentacoli si dipanano in mezzo mondo.

Oggi, 21 febbraio 2020, le ripubblichiamo. Assieme agli aggiornamenti sui processi, sulle indagini, assieme alle nostre analisi, ai nostri dubbi. E a delle illustrazioni. Perché in questa storia ci sono troppe cose che le parole non riescono a dire.

Jan, Martina, sono passati due anni da quando vi hanno tolto la vita, e il futuro. Sembrano due minuti, due di quegli interminabili minuti in cui sentivo solo il ronzio del silenzio nelle orecchie. Fiat iustitia, et pereat mundus.

*Tratto da https://irpi.eu/jan-kuciak-due-anni-dopo/