Lettere
 

"Ridare dignità storica alla rivolta di Reggio Calabria"

rivoltareggiocalabria600Riceviamo e pubblichiamo: 

Egr. Direttore

Ho letto su "Il Dispaccio", di cui sono assiduo lettore, le considerazioni pessimistiche e credo anche sofferte del prof. Isidoro Pennisi sul prossimo decennio, sulle quali certamente riflettere. Ma ridurre la Rivolta di Reggio ad "un pretesto per farne una scena" degli eventi tragici e variamente sovversivi dell'allora giovane democrazia repubblicana che si svilupparono poi negli anni settanta è ingeneroso nei riguardi di quegli onesti ed ingenui rivoltosi (c'ero anch'io, liceale 17enne) e denota un ingiusto e acritico adagiarsi su quel conformismo politico-mediatico responsabile della grande mistificazione delle ragioni vere di quella protesta.

A tal proposito, Pennisi poteva aggiungere il summit mafioso in Aspromonte del 1969, che insieme ai due tragici fatti da lui citati, che, intendiamoci, hanno tutti una grande valenza politica per inquadrare quel periodo storico caratterizzato in Italia da gravi turbolenze politiche, rappresentano purtroppo gli argomenti forti dei denigratori dei moti di Reggio, da inserire utilmente nel grande calderone di supposizioni, sospetti strategicamente alimentati e distorsione dei fatti, volutamente creato per impedire una corretta valutazione storica di quei moti; favorendone l'oblio e una progressiva assuefazione ai pregiudizi politico-ideologici che hanno teso e tuttora tendono a piegare quei fatti verso un'interpretazione propagandisticamente più utile al proprio credo politico (un vizio che riguarda tutti gli orientamenti). Voglio dunque ricollegarmi all'acuta osservazione finale del prof. Pennisi: "Per guarire dalla malattia del Futuro bisogna tornare a credere al "sogno di una cosa" e sapere che esso è come un seme: non potrà mai vedere ciò che genererà, non potrà assistere al risultato di quello sforzo fatto nel sottosuolo del Presente". La cosa che io sogno ed i cui effetti io, 67enne, probabilmente non vedrò, è invitare oggi tutti i reggini, ad una pacata ed onesta rivalutazione della Rivolta, per dare la giusta dignità storica e morale all'ultima volta che la nostra Reggio ha reagito e lottato per difendere il suo futuro, rimasto purtroppo fortemente condizionato dalla nascita dell'Ente Regionale. Infatti, alla luce degli studi portati avanti, negli ultimi decenni, da storici professionisti, con la loro onestà intellettuale, il distacco emotivo ed il loro rigore documentale, sta emergendo la portata storica di quei moti, che ebbero significati politico-economici, culturali e sociali di interesse e importanza nazionali. Il mio sogno, realizzabile credo, è quello di arrivare ad una memoria storica finalmente condivisa da tutti i reggini, da conservare orgogliosamente per il significato profondamente identitario per tutti noi che quella protesta ebbe; e per raggiungere la consapevolezza di quanto sia importante rimuovere definitivamente i rancori che ci avevano diviso in quei drammatici eventi e per molti anni dopo. Aveva già iniziato a farlo, Italo Falcomatà, che da sindaco, in occasione del 30° anniversario della Rivolta, ruppe il muro di quel conformistico silenzio decidendo di dedicare un monumento sul Lungomare alle vittime di quei moti, per provocare, scrisse, "curiosità visiva nelle generazioni che quella Rivolta non l'hanno conosciuta" e "per celebrare la tensione che la città espresse" in quei giorni. Un sincero tentativo di ricomposizione delle lacerazioni della comunità reggina sviluppatesi negli anni successivi ai moti, ancor più significativo perché proveniva da chi, a quell'epoca, si era schierato contro la protesta. E sogno soprattutto che venga ristabilita la verità storica della Rivolta di Reggio, un evento unico e profondamente atipico della storia dell'Italia contemporanea, che andrebbe studiato a scuola. Come, ad esempio, l'aggregazione molteplice della partecipazione popolare [cfr. Lombardi Satriani 1979; V.zo Bova 1995], cioè la costante presenza, nei cortei e sulle barricate, di tutti i differenti ceti sociali e di gruppi di diverso e opposto orientamento politico e anche con una cospicua e coraggiosa presenza femminile, contrariamente agli allora consueti comportamenti di esclusione o autoesclusione delle donne dalle manifestazioni pubbliche non religiose. E quale fu il fattore aggregante, il cemento di tale straordinaria sollevazione di massa? Uno solo: la rivendicazione del capoluogo regionale. Quella di Reggio fu dal principio e rimase fino al termine una Rivolta per il Capoluogo, nonostante i tentativi di ingerenza e strumentalizzazione da parte della strategia terroristica dell'estrema destra e dell'azione ad essa sussidiaria delle cosche della 'ndrangheta. Che non c'entrarono mai nulla con i temi della Rivolta e sui quali peraltro non si è mai potuto accertare, una loro influenza determinante in quella straordinaria partecipazione popolare. Lasciamo finalmente che la Storia parli, senza pregiudizi. Buon anno a lei Direttore e alla sua stimolante Redazione.

Vincenzo de Salvo, medico reggino.